NEL MONDO - CULTURA - 5

La Resistenza dimenticata

UNA PAGINA "RIMOSSA" DELLA NOSTRA STORIA: LA PRIGIONIA NEI LAGER NAZISTI DEI SOLDATI ITALIANI DOPO L'8 SETTEMBRE 1943


(pagina pubblicata il 05.03.2005)

Oltre 700.000 militari furono deportati. Le foto scattate di nascosto dal tenente Vittorio Vialli documentano una vita di stenti e di sofferenze.

 

È un racconto di guerra composto da 400 fotografie. È il racconto di una resistenza ignota, passiva, senz’armi. Di una resistenza rimossa dalle istituzioni e dalla politica per anni. Emerge in bianco e nero, scatti rubati a rischio della vita, viene su dall’oblio nelle parole messe in fila nei diari. 

È la resistenza dei militari italiani internati nei lager nazisti dopo l’8 settembre 1943. Nasce da un rifiuto collettivo, quasi il plebiscito di una generazione, che scelse di soffrire e morire piuttosto che passare a collaborare con i nazisti e con i fascisti della Repubblica di Salò. Non se ne sa molto, perché nei sessant’anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale questa resistenza è stata misconosciuta, a volte volutamente, anche dalla storiografia ufficiale.



Spaccati di vita nel lager dalle foto di Vittorio Vialli.
Internati a Fallingbostel il giorno dopo la liberazione.




Adunata a Beniaminowo per la visita di ufficiali della Rsi.

L’8 settembre vennero disarmati dai nazisti circa un milione di soldati italiani. Altri 2.700.000 uomini se ne andarono a casa, o si riunirono ai partigiani, oppure rimasero sotto le armi perché si trovavano nell’Italia meridionale. Pochi di quelli disarmati accettarono di restare al servizio dei tedeschi o di servire nelle milizie fasciste. Gli altri, 716.000 uomini, di cui 26.000 ufficiali, vennero deportati: 50.000 morirono nei lager, di stenti, di malattie, impiccati, fucilati.

 

Una fonte storica unica

Un libro, pubblicato recentemente dalle Edizioni Lavoro della Cisl (Mauro Cereda, Storie dai lager), ha raccolto le testimonianze di alcuni di loro che sono tornati a casa. Così non è stato, per esempio, per il padre dell’attuale segretario della Cisl, Savino Pezzotta, morto di fame dopo nove mesi di prigionia. Ma quel libro è prezioso anche perché pubblica alcune delle poche fotografie che abbiamo della vita nei campi di concentramento. Le ha scattate un tenente di fanteria, Vittorio Vialli. Sono un documento prezioso, una fonte storica unica. I figli di Vittorio Vialli, Bruno e Simona, abitano a Bologna. Il padre è morto nel 1983. Queste foto, insieme a un altro documento inedito, sono serviti a ricostruire eventi e circostanze della resistenza degli Imi, gli Internati militari italiani.



Vittorio Vialli fotografato da un compagno
davanti alla baracca 2 del campo di Beniaminowo.



Suddivisione delle patate con bilance di fortuna nel lager di Sandbostel.

È il Diario di Aniello Cicalese, sergente maggiore di Pompei, archivista volontario del Santuario, 85 anni, scritto con pezzi di matita tra il 2 settembre 1943 e il 1° settembre 1945, giorno del suo ritorno a casa. Le foto di Vialli e il Diario di Cicalese sono stati salvati dalle perquisizioni con mille espedienti.

Il tenente Vialli era un geologo di fanteria. Lo mandano sul fronte greco-albanese nel 1941. L’8 settembre è a Corinto. Sta lavorando, per conto della Marina militare italiana, a rilievi fotografici sul canale. Lo arrestano e lui comincia a scattare. Il figlio Bruno quella macchina fotografica ce l’ha ancora. È una Super Ikonta Zeiss 6x9, lucida, perfetta. Vialli aveva anche una discreta scorta di pellicole, comperate ad Atene pochi giorni prima dall’armistizio. Ma Vialli non compila un diario, scatta e basta.

E quando torna a casa nel 1945, infila tutto in una cassa. Vuole dimenticare, non vuole neppure sviluppare quelle centinaia di rullini. Ricorda la figlia Simona: «Di quei soldati tornati dai lager l’Italia non voleva sentir parlare. Così papà cancellò dalla memoria l’impresa compiuta». Vialli diventa conservatore al Museo civico di Milano e poi, nel 1961, vince la cattedra di Paleontologia all’Università di Bologna.



La Cresima celebrata il 1° ottobre 1944 nel lager di Sandbostel.


Nello stesso campo un ufficiale si improvvisa barbiere;
la tariffa è una sigaretta.

 

Un anno in camera oscura

«Fu la mamma, Liana Mazzoldi, a convincerlo almeno a sviluppare i negativi», dicono i figli, che ricordano la loro curiosità per quei rotoli stipati in un armadietto: «Solo nel 1973, insieme alla mamma, riuscimmo a convincerlo. Passò praticamente un anno in camera oscura, la sera. Lui stampava e la mamma lo aiutava a ricordare».

Le fotografie sono 400. Le stanno studiando all’Istituto storico Ferruccio Parri di Bologna. La Bollati-Boringhieri sta preparando un catalogo con tutte le immagini. Le fotografie sono corredate dalle didascalie di Vialli. Per due anni nasconde la macchina. Lo aiutano un compagno di prigionia, l’ingegnere Vittorio Paccassoni, e la fortuna, oltre alla conoscenza del tedesco e a una buona dose di disinvoltura giovanile. Vialli ha lasciato scritto: «Effettuavo rapidi scambi di fagotti e stracci sotto il naso dei perquisitori. Oppure rivestivo la macchina con croste di pane e bucce di patate».



Settembre 1944, a Sandbostel, due soldati osservano
divertiti un compagno che sta dando la caccia
ai suoi pidocchi.
 

 



A Sandbostel i nazisti scattano le foto segnaletiche
ai militari italiani.

La vita che documenta Vialli è fatta di stenti, miseria, malattie, pidocchi, umiliazioni, nostalgia. Il 28 agosto 1944 una sentinella ammazza un soldato italiano che si era avvicinato al muro di cinta. Vialli riesce a fotografare la sagoma del morto e la sentinella assassina. Ma sono anche immagini d’orgoglio, come quando fotografa i discorsi di propaganda che venivano a fare agli internati per convincerli ad aderire alla Repubblica di Salò e nessun ufficiale alza la mano. Passa per tre campi, la doccia solo due volte, una sola distribuzione di sapone, soffre la fame. L’inverno 1944 è il più duro. Gli scatti sono pochi, la speranza fatica a farsi strada. Con la primavera del 1945 torna a fotografare, finché riesce a documentare l’arrivo nel campo degli alleati e poi il lungo viaggio che lo riporta in Italia.



A Fallingbostel l’ufficiale medico italiano
cura una ferita da baionetta a un soldato.
 



Inverno 1945 a Fallingbostel. Scrive Vialli:
«Numerose famiglie di lavoratori ucraini alloggiano
accanto a noi in misere baracche».

 

L’ossessione del cibo

Il Diario di Aniello Cicalese racconta un altro aspetto della vita dei militari internati: il lavoro coatto. Cicalese viene disarmato e catturato a Knin, in Croazia. Finisce a Lubecca e poi in un altro campo dove viene avviato al lavoro nelle fabbriche vicine: «La vita che trascorriamo qui è proprio da schiavi. Chissà quando finirà», scrive il 21 ottobre 1943. L’ossessione per il cibo è tremenda e le pagine la restituiscono intatta.

Sembra di viverla adesso, con la stessa intensità narrativa delle fotografie di Vialli. Cicalese gratta la carne dalle ossa gettate nella spazzatura vicino alla fabbrica, trova tra i rifiuti una testa di bue e per tutta la baracca è festa, ruba patate, mangia radici di rabarbaro. Per aver nascosto qualche fiocco d’avena viene trasferito in un campo di punizione e processato. È un racconto surreale: condannato per ricettazione di fiocchi d’avena, lui considerato "lavoratore italiano" e non internato militare. Cicalese è riuscito a conservare tutta la documentazione della sentenza, che lo condannò a cinque mesi di prigione nel carcere di Lubecca e a 34 marchi di multa.



Il 18 aprile 1945 a Fallingbostel Vialli ha
immortalato la "scena della grande razzia presso
il raccordo ferroviario dei magazzini...
Tutti si danno da fare asportando viveri pregiati



28 agosto 1945, dopo la liberazione del campo di
Bomblitz gli ex internati ammalati vengono caricati
su ambulanze inglesi e trasportati al treno ospedale
che li aspetta alla stazione di Bergen.

 

Le foto di Vialli e le parole di Cicalese sono solo due frammenti della resistenza degli Imi, ragazzi che avevano vent’anni, ragazzi a cui la guerra e la prigionia hanno rubato la vita. Anche loro hanno contribuito, tuttavia, a riportare la libertà in Italia, soffrendo e morendo. Solo nel 1977 una legge dello Stato, la n. 907, ha autorizzato i sopravvissuti a fregiarsi del distintivo d’onore:
«per i patrioti Volontari della Libertà».

 

indice Cultura    |                             7      8     9     10     11     12     13     14     15     16     17     18     19     20  

 

(pagina pubblicata il 05.03.2005)


 

HOME    Il Sito    Gaggiano    Filatelia    Nel Mondo