NEL MONDO - CULTURA - 4

Schiava a Londra

NON E' UNA STORIA DI PROSTITUZIONE. LA RAGAZZA ERA TENUTA NEL RETRO DELLA CASA DI UN DIPLOMATICO, SOTTOCHIAVE E SENZA PAGA


(pagina pubblicata il 15.02.2003)

Alcuni giorni fa ho avuto modo di rivedere (rovistando tra le vecchie cassette video) il bellissimo film "IL COLORE VIOLA" prodotto da Steven Spielberg nel lontano 1985, vincitore di diversi premi Oscar. Come tutti saprete il film racconta la sconvolgente storia di una donna "negra" violentata dal padre e obbligata a sposare un uomo brutale che la tiene sottomessa come una schiava. Il film avrà un lieto fine in quanto la donna, aiutata da altre, avrà la forza di reagire e assieme daranno il via all'emancipazione della donna "negra". Tutto quanto succede nel film è storia di due secoli fa capitata nel sud dell'America, ma con stupore sfogliando un settimanale ho scoperto un articolo  - dal quale ho preso lo spunto per pubblicare questa pagina - che ci dimostra che quanto di brutale capitava oltre 100 anni fa succede ancora oggi.

E' in cucina, venite, ve la mostro. Niente vacanze, niente giorni liberi, niente stipendio. È sempre qui. È mia. Ho scucito un sacco di soldi per comprarla...». Una proprietà, nulla più. La padrona lo diceva con orgoglio alle amiche: «Non crea mai problemi. Penso che questi negri siano fatti proprio così, forse perché sono schiavi da secoli. Non si lamentano mai, accettano tutto». Mende Nazer puliva la casa, badava ai bambini, cucinava per tutta la famiglia e prendeva un sacco di botte. Dalle sei del mattino a notte fonda, sette giorni su sette. Prima a Khartoum, nella casa della donna che l'aveva comprata ancora bambina da un trafficante arabo. Poi in Gran Bretagna, nella lussuosa residenza di un diplomatico dell'ambasciata sudanese, dove «erano un po' più gentili, non mi picchiavano, ma lavoravo anche lì tutto il giorno senza paga». Come una schiava. 
Perché questo era Mende, nel Sudan del fondamentalismo islamico come a Willesden Green, pacioso e verde quartiere alla moda di Londra dove i ricchi fanno a gara per conquistarsi una casa e nessuno si aspetta di incontrare una schiava.


L'odissea di Mende, in effetti, comincia in uno sperduto angolo d'Africa.
In un villaggio sui monti Nuba, nel Sudan meridionale, prima linea di un'estenuante guerra civile che da vent'anni oppone l'esercito governativo, spalleggiato dalle milizie arabe, al Movimento per la liberazione del popolo sudanese. Era un villaggio fatto di capanne di fango, adagiato in una valle fra alte colline, e abitato da cacciatori e contadini, spiega Mende nel suo libro Schiava, che sarà pubblicato in Italia il 25 marzo da Sperling & Kupfer: «Era la primavera del 1994 e io avevo circa dodici anni». Circa, perché i Nuba che popolano quelle montagne non tengono il conto dei compleanni ne li festeggiano. Mende era una ragazzina africana con un sogno enorme: «Studiavo molto perché volevo diventare medico, da grande». Ma una notte si svegliò di soprassalto, il villaggio era in fiamme e il padre la trascinò via per mano urlando: «Predoni arabi! Imujaheddin sono qui fra noi!».
Il racconto che Mende fa di quella razzia sembra uscire da un romanzo d'avventure ambientato 200 e più anni fa. Invece è realtà di oggi, ben documentata da giornalisti e osservatori internazionali. «Alla luce delle fiamme scintillavano pugnali ricurvi, con cui gli aggressori sgozzavano la gente. C'erano donne costrette a terra dai mujaheddin che brancicavano i loro corpi. Fiutavo l'orribile odore dell'incendio, del sangue e del terrore. Così cominciò la mia vita da schiava». Mende fu catturata da un predone che tentò di violentarla (a impedirglielo, rivela lei, fu l'infibulazione a cui le donne del villaggio l'avevano già sottoposta). Assieme a decine di altri ragazzini, venne trascinata in una base militare e comprata da un mercante che a sua volta la rivendette a Rahab, la prima padrona. «Mi picchiò più o meno una volta la settimana, spesso senza ragione. A volte mi dava un solo schiaffo, altre usava tutto ciò che le capitava a tiro e mi colpiva sulla testa con gli zoccoli di legno, oppure con la scopa, o prendeva una cintura per frustarmi».
Secondo l'Onu 15.000 sudanesi, perlopiù neri del Sud, sono stati rapiti e venduti come schiavi dai miliziani fedeli al regime in Sudan. Il prezzo? 150 dollari (150 euro) in media. Mende conferma il coinvolgimento del governo, guidato dal 1989 dal Fronte islamico nazionale. E la sua una testimonianza speciale perchè la prigionia, per lei, è continuata ben oltre i confini dell'Africa. Fin dentro le quattro mura di una delle linde e grandi ville a schiera di Deerhurst Road, nei sobborghi settentrionali di Londra, dove abitava la sorella di Rahab cui venne "ceduta" all'2inizio del 2000.
Era una "domestica" senza paga, nè giorni liberi, non aveva diritto di parola o di essere visitata da un medico se si ammalava. Dormiva in un ex magazzino costruito sul retro della casa, privo di riscaldamento. Aveva il permesso di uscire soltanto per portare fuori la pattumiera, "e allora ml tenevano d'occhio da una finestra del piano superiore". Il padrone di casa era l'incaricato d'affari all'ambasciata sudanese, Abdul Mahmoud Al Koronky e non le rivolgeva quasi mai la parola. Sua moglie invece la minacciava di continuo, chiamandola jebib, ragazza indegna di nome, un insulto arabo. Diceva: "Ti proibisco di uscire. Se lo farai vedrai quello che ti farò". Ci sono tanti di quegli assassini, in giro per Londra. Se ti prendono ti ammazzano e tu non vedrai mai più i tuoi"
L'11 settembre 2000 Mende riuscì a fuggire, terrorizzata dalla possibilità che Al Koronky la ritrovasse: "Per quanto ne sapevo, lui deteneva un potere assoluto, rappresentava il governo e la legge". Sono passati due anni, e oggi è una donna libera. Ha più o meno vent' anni e in dicembre, dopo una lunga battaglia legale, è riuscita a ottenere lo status di rifugiato politico in Gran Bretagna. Al Koronky, che nel frattempo è tornato in Sudan e ha interrotto la carriera diplomatica, ha negato tutto sostenendo che Mende era in realtà una ragazza "au pair", libera di andarsene quando voleva e che le sue accuse (compresa quella di averla fatta entrare in Inghilterra con documenti falsi) sono parte di un complotto per screditare il regime sudanese.

Mende, ormai libera, sta osservando il cielo di Londra


Mende del suo ex "datore di lavoro" non sa più nulla. E poco le interessa: "Sto studiando l'inglese e a settembre inizierò un corso per infermiera. Forse non riuscirò mai a prendere la laurea in medicina, ma voglio lavorare in ospedale".
La sua voce, al telefono, sembra ancora impaurita. "La libertà è una cosa bellissima ma non facile per una come me", ammette: "Significa anche saper prendere le decisioni in modo autonomo. Altri lo hanno sempre fatto al posto mio, per me decidevano cosa mangiare o indossare, a che ora alzarmi o dormire, e quanto dovevo lavorare". E Londra la intimorisce: "Non prendo La metropolitana nè gli ascensori. Mi sembrano tombe, che ci entri e non ne esci più, temo di restare intrappolata e di non riuscire più a vedere la mia famiglia".
Già, perchè i genitori e i fratelli sono vivi. Dopo La sua fuga, racconta, sono stati imprigionati e costretti a firmare una dichiarazione in cui smentivano la sua versione dei fatti. "Ma ora stanno bene e spero di rivederli appena otterrò dal governo britannico i documenti di viaggio. Ci incontreremo in qualche Paese africano. Non in Sudan, per me è troppo pericoloso."
Proprio sul pericolo di ritorsioni in caso di rimpatrio forzato si è consumata la battaglia di Mende per ottenere L'asilo politico. Il governo britannico dapprima respinse la richiesta: "Sostennero che la schiavitù di per sè non costituisce una persecuzione", spiega il suo avvocato, Alison Stanley. "Ho presentato appello e il 23 dicembre scorso le è stato finalmente concesso lo status di rifugiato".
Una storia a lieto fine, che svela però un fenomeno gravissimo. "E' la punta di un iceberg", spiega il giornalista Damien Lewis, coautore del libro, già pubblicato in Germania e Spagna. "Da quando Mende è fuggita ho saputo di altri due casi in Europa: in Francia e Romania. E a casa di AL Koronky, prima di Mende, c'era un'altra schiava sudanese. Quante sono ancora prigioniere? Temo molte, anche perchè la schiavitù domestica è diffusa in diversi Paesi del Golfo, come l'Arabia Saudita.

(articolo tratto da un "magazine" del Corriere della Sera) 

 

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(pagina pubblicata il 15.02.2003)


 

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