NEL MONDO - CULTURA - 3

Professione Infermiere

L'INFERMIERE DI FAMIGLIA RAPPRESENTA IL FUTURO DELL'ASSISTENZA SANITARIA

Ne mancano quarantamila per coprire il fabbisogno nazionale. Grazie a loro, molti pazienti potrebbero essere curati a domicilio. Con un grande risparmio.


(pagina pubblicata il 15.10.2002)

Con una punta di orgoglio riporto questo articolo in quanto anche CHIARA, mia figlia maggiore, ha da poco intrapreso gli studi universitari per laurearsi in scienze infermieristiche.

Potrebbero essere centomila. Come i medici condotti di una volta, quelli che curavano con una carezza, una parola sicura e poche medicine. Potrebbero essere centomila gli infermieri di famiglia o, se preferite, di quartiere, di paese. Come il poliziotto, il carabiniere e il vigile. Invece, ce n’è meno di dieci, e tutti ad Arezzo, dove l’Asl 8, da cinque anni, ha avviato un progetto pilota. Eppure un protocollo dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, dice che l’infermiere di famiglia è il futuro dell’assistenza sul territorio: migliora le prestazioni e abbatte i costi. Per ora l’indicazione dell’Oms è stata seguita solo dalla Gran Bretagna, e la Spagna si appresta a farlo: infermiere che va di casa in casa, dove c’è bisogno ed è pagato dallo Stato. Perché da noi non si fa altrettanto?

Un gruppo in infermieri durante una pausa al congresso di Roma

Annalisa Silvestro è la presidente della Federazione nazionale che riunisce gli oltre 300.000 infermieri professionali d’Italia. La scorsa settimana, a Roma, si sono ritrovati in 10.000 per suonare la sveglia al Governo. «Chiudiamo i piccoli ospedali?», domanda. «Bene e poi la gente come la curiamo? È uno strano Paese il nostro. Al primo accenno di influenza si intasano i pronto soccorso e si grida allo scandalo. L’infermiere di famiglia evita l’esasperazione».

Anche il ministro della Salute Girolamo Sirchia ne è convinto ed è andato a dirlo agli infermieri riuniti a congresso. Ma a loro non basta. Spiega Danilo Massai, dirigente dell’Asl 11 di Empoli e membro del Comitato centrale della Federazione degli infermieri: «Ci sono alcuni principi dai quali noi non ci allontaneremo: la difesa dei diritti di chi ha meno possibilità. La risposta dei servizi sanitari deve valere per tutti, soprattutto per chi ha meno». Oggi, molti infermieri lavorano già sul territorio: nei consultori, per esempio, che sono la prima e unica frontiera della salute per molti che non hanno denaro né conoscenze. L’esperienza di Arezzo ha offerto in cinque anni molti dati e permette di programmare il servizio nazionale. «Ma», osserva Gennaro Rocco, vicepresidente degli infermieri italiani e direttore del corso di laurea per infermieri di Roma, «è ora che il Governo faccia partire la riorganizzazione di tutto il sistema sanitario. È una riforma che, se fatta bene, potrebbe anche non costare nulla». Ad Arezzo i tempi di attesa per i prelievi sono stati dimezzati con il servizio a domicilio, e negli ambulatori condotti dagli infermieri viene effettuata gratuitamente una gamma di prestazioni che evitano di intasare il pronto soccorso: iniezioni, medicazioni, esami.

Tra i vari spunti di rinnovamento c’è anche l’esperienza del Friuli-Venezia Giulia e dell’Emilia-Romagna dove gli infermieri distribuiscono a domicilio farmaci nelle prime fasi di post-ricovero: si risparmia sull’ospedale e si insegna il corretto uso delle medicine.

 

Serve un esercito in camice bianco 

Ma ci sono centomila infermieri? « Diciamo che si trovano se si riorganizzano i servizi e se si cambia la politica e anche l’appeal, cioè il gradimento, verso questa professione», dice Loredana Sasso, segretaria della Federazione. 

Quello dei numeri è il primo problema. Gli infermieri mancano in tutta Europa, ma in Italia la situazione è grave. «Ne servono 40.000, e ogni anno che passa va peggio: 3.500 nuovi infermieri non riescono a sostituire i 12.000 che vanno in pensione», spiega Loredana Sasso. Anche l’idea di rimpiazzare gli italiani che non ci sono con extracomunitari, secondo la presidente Annalisa Silvestro, «si è rivelata una pura illusione, dato che non sono più di poche centinaia all’anno». E dire che l’attesa di un posto di lavoro per un giovane infermiere non supera i sei mesi: un vero record, se si pensa che un medico deve aspettare, se va bene, quattro o cinque anni. E allora? «C’è una vecchia idea di infermiere», si lamenta Annalisa Silvestro, «un’immagine approssimativa e distorta». Qui non lo dicono apertamente, ma pochi sopportano i medici. Fanno parlare i numeri. Italia e Grecia sono gli unici due Paesi dell’Ue dove ci sono più medici che infermieri. « Paghiamo una mentalità che ci ha punito», nota Marinella D’Innocenzo, direttore del dipartimento di assistenza infermieristica dell’Asl Roma B, «un appiattimento generalizzato. La nostra professionalità è decisamente sottostimata. La gente sa cosa fa un medico e confonde i ruoli dell’infermiere». Invece, l’Europa stima gli infermieri italiani, che sono tra i più preparati. «Tanto che», sottolinea Giovanni Valerio, dirigente dell’Asl di Palermo, «al Nord noi diplomiamo infermieri che poi se ne vanno a lavorare in Svizzera».

 

L’infermiere di famiglia, quello che opera sul territorio, lontano dall’ospedale, deve avere esperienza, autonomia e grande responsabilità. In occasione della discussione dell’ultimo contratto i medici di famiglia hanno espresso la necessità di avere infermieri qualificati sul territorio. Perché i medici sanno bene che la continuità, la fiducia, soprattutto l’ascolto, migliorano la vita di un malato, prima che le medicine.  

         

 

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(pagina pubblicata il 15.10.2002)


 

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