NEL MONDO - CRONACA - 4

OVERLAND
Quattro camion in giro per il mondo

UNA SETTIMANA CON LA CAROVANA DI BEPPE TENTI, GIUNTA ALLA SESTA SPEDIZIONE: PERCORSI 28.000 CHILOMETRI.


(pagina pubblicata il 31.10.2002)

Beppe Tenti l'ideatore di Overland

Ci sarà anche un’Overland 7, parola di Beppe Tenti. Il "vecchio" avventuriero batte i pugni sul tavolo di uno sgangherato hotel nel cuore del Sinai. È ancora su tutte le furie per le 11 ore passate alla frontiera egiziana di Tabah, confine con Israele, gli occhi del Mossad addosso, 45 gradi anche di notte, qualche sorso d’acqua quasi bollente, il vento del deserto che ti prende alla gola, in balìa di un pugno di funzionari venduti che si sono spartiti 3.000 dollari per far passare i quattro camion più famosi del mondo.

Ha capelli bianchi e nervi d’acciaio, Beppe Tenti, l’uomo che ha inventato i viaggi di Overland e portato nelle case degli italiani avventura e fatica, terre infuocate e tundre di ghiaccio. È furbo di sorriso e capace di silenzi imbarazzanti. Maglietta arancione e bermuda, sorseggia un caffè turco, mentre pensa già a una nuova impresa: «Partiremo anche l’anno prossimo, ho preparato il percorso: 16 mesi attraverso le grandi isole della Terra, l’unica porzione di pianeta che ancora non è stata raggiunta dalle mie spedizioni. Però, sia chiaro: voglio vedere prima l’impegno di tutti, perché devono capire che Overland è anche un problema di finanziamenti, altrimenti non si va da nessuna parte».

La partenza da Petra, direzione Aqaba, ultima tappa in Giordania

 

Un successo mediatico

Si andrà, si andrà. Il "vecchio" avventuriero, 67 anni, che è tutto meno che vecchio (ha due figli di 17 e 18 anni), non ha alcuna intenzione di appendere Overland al chiodo: con un pugno di uomini fidati ha già attraversato quattro Continenti. Ma ci sono ancora angoli di mondo dove i camion arancioni dell’Iveco non sono mai arrivati: luoghi da raccontare, da filmare e, perché no, da trasformare in un business redditizio, se è vero che già 70.000 italiani hanno acquistato le collane complete in Vhs delle cinque precedenti spedizioni.

Il tutto disponibile anche su Internet, basta cliccare sul modulo d’ordine, al sito ufficiale www.overland.org. Senza contare i milioni di italiani incollati alla Tv per vedere quattro camion affondare nella neve siberiana o sulle dune infuocate del Sahara, percorrendo migliaia di chilometri veri, autentici, riscoprendo culture e popoli quasi scomparsi, in un mondo appiattito dai jet.

La carovana è partita il 7 maggio 2002 da Genova. L’itinerario unisce le vette più alte che si affacciano sul Mediterraneo, in omaggio all’Anno internazionale della montagna proclamato dall’Onu. Overland 6, che si è concluso il 13 ottobre, ha attraversato 20 Stati per circa 28.000 chilometri.

In tutto, 160 giorni di viaggio con un team di 17 partecipanti: un capo spedizione, Tenti, un medico, un coordinatore degli autisti, sette autisti (di cui quattro carabinieri del battaglione Tuscania, i più "tosti" che ci siano), tre operatori televisivi, un fotografo, due giornalisti, un incaricato delle trasmissioni via Internet.

     

I quattro camion e alcuni autisti

 

Trentacinque birre in una sera

Alla spedizione partecipa anche Giancarlo Corbellini, uno dei più esperti e conosciuti trekker, che segue Overland 6 per conto di "Camminamediterraneo", iniziativa che intende unire in un immaginario anello azzurro montagne e popoli del Mediterraneo.

Il presente articolo è il resoconto della tappa a cavallo tra la 12ª e la 13ª settimana di viaggio: partenza da Amman, in Giordania, dove la carovana di Beppe Tenti si è fermata un giorno dopo aver attraversato Libano e Siria, e arrivo a Sharm el Sheik, sulle sponde del Mar Rosso, paradiso per i subacquei e inferno per i turisti da 600 euro "tutto compreso", che a luglio e agosto affollano gli alberghi di Sharm senza neppure prendere la tintarella, perché con una temperatura di 50 gradi al sole non resisti.

Il diario di bordo, dettagliato e puntuale, di ogni singolo spostamento della carovana, lo trovate sul sito della spedizione. Quindi, più che una cronaca minuziosa degli avvenimenti, che nessun giornale può descrivere nei dettagli alla velocità di Internet, proviamo a raccontarvi qualche gustoso retroscena di una settimana sulle strade di Overland.

Come le 35 birre che gli uomini (e le donne, due, un commissario di polizia e una barista di Arezzo, quasi miss Italia, bravissima nel guidare i camion) si sono scolati in un albergo di Amman in una sola sera, facendo infuriare il capo spedizione, che attento com’è al portafoglio, diciamo oculato, ha stretto subito i cordoni della borsa: «Adesso vi sistemo io». Tanto che da Amman in poi, per tutto il viaggio, circolava, all’insaputa del "vecchio" avventuriero, un simpatico tormentone: «Che cosa bevi? Fatti una birra, paga Beppe Tenti».

 

Due immagini di Petra. Gli inglesi la chiamano the red-rose city. La città della rosa rossa, per i colori delle rocce che compongono questo nucleo scolpito dai Nabatei, un popolo di beduini nomadi, nel IV secolo avanti Cristo.

 

 

 

L’incontro con il Mossad

Il terzo giorno di viaggio, nel trasferimento tra Aqaba, in Giordania, e Tabah, in Egitto, uno dei momenti più intensi. La frontiera israeliana appare all’improvviso come un muro invalicabile: «Welcome to Israel». Chiamalo benvenuto: ci viene incontro un tipo che sembra uscito dritto sparato da un libro di Tom Clancy, il re delle spy-story. Lo stereotipo perfetto dell’agente del Mossad: occhiali scuri, sguardo fisso, non un muscolo della faccia che si muova. Uno che sembra non vedere niente ma vede tutto, e sa tutto: di Overland, dei camion, di te, della tua vita: chi sei, che cosa fai, forse anche cosa pensi.

Su uno dei camion c’è una microtelecamera nascosta, che filma quello che è proibito filmare. Se gli israeliani se ne accorgono siamo rovinati: non se accorgono, ma verranno a saperlo, è sicuro, e vorrei esserci la prossima volta che i camion di Overland passeranno ancora di lì. Il diario personalissimo del capo spedizione è ritmato da un incontro diretto con un’agente piuttosto aggressiva: «Volevi vedere il Mossad? Eccolo: sono qui, dappertutto, tutti in borghese, agenti della polizia segreta più efficiente del mondo. L’hai vista quella? Era al corrente di tutto, incredibile. E poi le domande: "Chi siete? Cosa fate? Perché un vostro partecipante è partito questa mattina? Che cos’ha il camion, che funziona male? Perché in Siria l’avevate a rimorchio?". Lo chiedono, ma sanno già il perché. Come diavolo hanno fatto a scoprirlo?».

Via, via, togliamoci di qui. Si fa per dire. Alla frontiera israeliana se ne vanno tre ore e quelli del Mossad ci accompagnano a Tabah: mezz’ora, meno di 10 chilometri, ma scortati, perché siamo solo in transito. Sembra finita, e invece il bello deve cominciare: alla successiva frontiera, di entrata nel Sinai, facciamo la conoscenza della burocrazia egiziana, o dell’avidità egiziana, dipende dai punti di vista. Per farla breve: dopo 11 ore di manfrine – ci dicono che i camion non possono passare – chiedono 3.000 dollari, che si spartiscono quattro zelanti funzionari. Tenti promette vendetta: cioè una bella denuncia.

Il giorno dopo, al mattino presto, il burrascoso incontro con i monaci grecoortodossi di Santa Caterina, piuttosto burberi e risoluti (ci hanno chiuso letteralmente la porta in faccia) nel proibire le riprese interne della chiesa all’operatore ufficiale di Overland, Fabrizio Jelmini. Che reagisce con calma e con pazienza, dimostrando di avere imparato alla perfezione la lezione di Tenti.

La stessa notte sveglia alle 0.30 per la salita al Monte Sinai. Chi ha gambe buone ci mette meno di due ore: l’arrampicata notturna (è un modo di dire, c’è un sentiero da trekking facile facile) è d’obbligo, perché di giorno il sole t’ammazza. In cima, i colori dell’alba premiano ogni fatica: il sole illumina le terre aride del Sinai verso le 5.30. Pochi minuti d’intensa emozione, di spettacolo impareggiabile della natura. Poi si scende e si riparte: destinazione Sharm el Sheik.

Un viaggio infernale, l’ultimo tratto che abbiamo compiuto sui camion. Santa Caterina-Sharm sono 230 chilometri nel deserto, a 45 gradi: un nastro d’asfalto che corre nella sabbia. Tende di beduini e dromedari. Meglio stare chiusi nel camion, perché fuori è come un gigantesco forno ventilato. Questa sì, finalmente, che è la vera Overland, anche per qualche veterano, che ritrova un barlume di antiche emozioni, di autentica fatica. Infatti in serata, al bar dell’albergo, qualcuno parla in libertà: «Diciamo la verità, questa Overland 6 è una passeggiata, uno scherzo, mica come la prima, da Roma a New York, quella sì che era Overland, roba per uomini duri». Insomma, Beppe Tenti è avvisato: la sua creatura sta forse perdendo un po’ del fascino autentico dell’avventura selvaggia. È questo che la gente vuole da lui, che vuole vedere in Tv.

 

I numeri e le videocassette di Overland

 

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(pagina pubblicata il 31.10.2002)


 

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